UN MATRIMONIO A JOANNIS

  

Ancora verso gli ani cinquanta del novecento  questo  evento  che era uno dei più rilevanti  per una famiglia avveniva  in questo modo.

Fissato il giorno del  matrimonio, le due famiglie interessate iniziavano i  preparativi.

Risolti i problemi burocratici e arrivati in prossimità  della data stabilità  si trasportava il corredo  della sposa, contenuto in una cassa o baule (“arcie”) a casa  della  sposa.

Detto corredo era stato confezionato con amore e tante speranze dalla stessa sposa che iniziava a prepararlo fin da quando era ragazzina, aiutata dalle donne di casa e in particolare dalla madre.

Il trasporto del  corredo contenuto in casse, più o meno raffinate a seconda  della condizione sociale della sposa, risale fino al medioevo.

Il giorno del matrimonio gli invitati della sposa si trovavano  alquanto per tempo prima, alla sua  casa ove, in previsione della lunga mattinata, veniva servita la “sopa”, ovvero pane inzuppato nel brodo del pollame sacrificato per il pasto che sarebbe seguito (ci si sposava normalmente al sabato e non si faceva la Comunione –c’era ancora l’obbligo del digiuno dalla mezzanotte-).

La sopa  veniva accompagnata da pezzi di bollito e naturalmente da qualche bicchiere  di vino.

Prima del 1929, anno in cui fu introdotto il matrimonio concordatario, gli sposi dovevano recarsi prima in comune per il matrimonio civile. Dal 1929  ci si recava solo in chiesa in quanto il matrimonio aveva anche valore civile.

Sia  nell’andare in chiesa (anche in Comune prima del 29) che in Chiesa  era  figura precipua quella dei “donzelli”. Erano i testimoni di nozze ma rivestivano anche altre funzioni.

Infatti il donzello della sposa la conduceva all’altare poiché il padre non si muoveva di casa assieme alla madre il giorno delle nozze, Non andavano in chiesa neanche i genitori dello sposo, rappresentati dal donzello di quest’ultimo. La prima volta che il padreaccompagnò la figlia in chiesa , infrangendo l’antico cerimoniale, fu quando Lino Bais  negli anni 50 del 900 accompagnò all’altare la figlia Amelia.

Finita la cerimonia il corteo si recava in osteria lanciando confetti a destra e a manca fino all’ora del pranzo (“il past”). Questo durava, tra canti e suoni (armonica) e balli fino verso le 18.00. Poi altra girata per il paese, altra permanenza in osteria. Altri balli nella stessa, finchè veniva sera.

Intanto si erano radunati anche gli invitati dallo sposo e formare un tutt’uno con quelli della sposa (la compagnia) e ci si recava verso la casa dello sposo dove i suoi  genitori attendevano.

All’arrivo della compagnia la casa appariva buia e silenziosa. Tutti si fermavano a debita distanza ed il donzello si faceva avanti, batteva la porta e presentava il gruppo chiedendo ospitalità. Il padrone di casa la concedeva di cuore. Allora gli sposi avanzavano e la suocera, munita di un ramo di olivo benedetto intinto nell’acqua santa, benediceva la sposa e le diceva “se pas tu partaras, pas tu ciataras”. Si accendevano  i  lumi ed iniziava la cena che durava di solito, sempre fra candi e balli, fino all’alba.

La domenica successiva, dopo quindi una settimana la famiglia della sposa andava a pranzo dai con suoceri: era la prima volta che la sposa rivedeva il papà e la mamma ed era la prima volta che i con suoceri si incontravano in tale veste.

Dopo un’altra settimana il pranzo era in casa dello sposo e con ciò finivano gli obblighi ufficiali e la vita prendeva un andare tranquillo fino alla  nascite e relativi battesimi, cresime e matrimoni dei figli che avevano  coronato il matrimonio.

Le cose si complicavano un po’ quando gli sposi non erano dello stesso paese, peggio ancora se i lunghi erano distanti fra di loro.

Ricordo quando luigi Gregorat (Vigi Ciucia) di Joannis  sposò Lucina Malisan di Mereto di Capitolo, Vulmaro Blanch (Maro) mise a disprezzo a dosposizione  dello sposo  la  sua  carrozza aperta dato che si era nella bella stagione. Maro aveva a quell’epoca servizio di “taxi” che consisteva in una carrozza a cavalli.

Gli sposi erano già un po’ attempati e lo sposo non era un “Adone”, ma vestito di scuro  con  il  suo  bel  vestito  per l’occasione (l’abitat  nuvisal) faceva la sua bella figura in carrozza mentre fumava come non mai  poiché lo sposo, per tradizione  fumava molto, forse anche per nascondere il nervosismo. La sposa, Lucina, raccontava con fierezza che quando, a casa sua, a Mereto il fratello dello sposo, Giacomo, che dirigeva la famiglia a Joannis si accorse che la cena predisposta a Joannis avrebbe sfigurato rispetto all’abbondanza del pranzo, mandò un emissario in bicicletta con l’ordine  di  sacrificare  dell’altro pollame. E pensare che si era ai tempi in cui la quotidianità prevedeva dei pasti ridotti al minimo. Raccontava Valentino Bignulin (Tin Pasculiti) che non di rado la sua numerosa famiglia cenava a base di polenta condita con l’arringa: una per tutti.  

(Fonte Frangipane)